Cari lettori e lettrici,
L'inglese ha delle parole meravigliose. Per me, l'“armchair sailor” è una di queste. A differenza di quanto si potrebbe inizialmente supporre, infatti, l’“armchair sailor” non è affatto una persona sgradevole. Cioè uno che non ne sa praticamente nulla, ma che comunque pensa di sapere tutto meglio degli altri.
Si intende piuttosto qualcuno che trova l’accesso all’acqua a casa propria, con un libro in mano, per il quale già la semplice idea diventa un’esperienza in mare. Vento e onde tra le proprie quattro mura.
Troppo romantico? Un momento! In un certo senso, infatti, anch’io rientravo in questa categoria. Il motivo, come spesso accade, è da ricercarsi in famiglia: pur vivendo vicino alla costa, per i miei genitori il mare rivelava il suo fascino soprattutto quando lo si ammirava dalla terraferma.
Prima di avvicinarmi alla vela, relativamente tardi – durante gli studi era finalmente giunto il momento –, dovevo soddisfare la mia curiosità in altro modo: con tanti libri. Mentre leggevo, la pendenza del tetto sopra di me diventava lo schermo perfetto per la mia voglia di viaggiare.
Uno dei miei libri preferiti era un tascabile logoro, con in copertina l’immagine dipinta di un ketch bianco che navigava solo con il fiocco da tempesta tra creste d’onda altissime: “L’eroe dei sette mari” di Sir Francis Chichester. In questo libro, l’autore inglese racconta la storia della sua circumnavigazione del mondo in solitaria a bordo della «Gypsy Moth IV».
Ciò che mi ha colpito allora come oggi non è stata solo la sfida che Chichester si è posto, ma anche il modo in cui l’ha affrontata in qualsiasi condizione meteorologica – e poi ne ha scritto: con sobrietà e prosaicità. Senza alcun desiderio di mettersi in mostra. L’understatement nella sua forma migliore. Come se il suo viaggio intorno al mondo fosse la cosa più normale del mondo.
Si compie proprio ora il 60° anniversario dell’avventura di Chichester: il 27 agosto 1966 era salpato da Plymouth, lasciandosi l’Inghilterra alle spalle. In questo stesso giorno di 60 anni fa, il 9 ottobre, si trovava già nel profondo dell’Atlantico meridionale, aveva superato Tristan da Cunha e stava per attraversare il 40° parallelo, il confine invisibile con i famigerati «Roaring Forties» – ironicamente senza alcun ruggito.
Sconvolto, scrisse: «Il vento soffiava o direttamente da prua, proprio nella direzione in cui volevo navigare, oppure si alternava un leggero fruscio a momenti di bonaccia. Con invidia pensai alla ‘Cutty Sark’, che a quelle latitudini aveva navigato con venti forti e aveva proceduto rapidamente».
In effetti, il duello virtuale con la leggendaria “regina dei clipper”, che molti decenni prima della “Gypsy Moth IV” aveva solcato la stessa rotta, è stato uno dei fili conduttori del viaggio.
Ma era comunque un’impresa a sé stante: sebbene l’inglese non fosse il primo a circumnavigare il mondo in solitaria, né il primo a farlo senza scali (una sosta in Australia era prevista fin dall’inizio), ma nessuno prima di lui aveva doppiato da solo, navigando in direzione ovest, i tre grandi promontori: il Capo di Buona Speranza, Capo Leeuwin e Capo Horn – una triade che nelle grandi regate come l’Ocean Race, il Vendée Globe o la Nuova edizione della Golden Globe Race continua a dettare legge anche oggi.
Il ritorno a casa di Chichester dopo tante tempeste si trasformò in un trionfo: il 28 maggio 1967 il Plymouth Sound era pieno di barche e la zona intorno a Plymouth Hoe brulicava di gente. L’entusiasmo non conosceva limiti. In un’epoca che, dopo secoli di supremazia marittima, aveva posto fine all’impero britannico, Chichester regalò ancora una volta alla nazione, alle prese con la propria identità, un vero eroe del mare.
Come un tempo Sir Francis Drake dopo il suo giro del mondo in barca a vela nel XVI secolo, anche Chichester, detentore di numerosi record, fu ben presto nominato cavaliere dalla regina. Rimaneva ormai solo una cosa da realizzare, una «questione in sospeso»: la prima circumnavigazione del mondo in solitaria senza scali. Così, già un anno dopo, il suo viaggio diede il via alla Sunday Times Golden Globe Race, che Robin Knox-Johnston vinse in circostanze ancora più drammatiche.
Naturalmente anche lui ha raccontato le sue esperienze nel libro “Da solo con il mare”. Quando la barca tornerà a terra, potrei riprendere questo libro dallo scaffale e mettermi comodo sulla poltrona a leggerlo.
Christian Tiedt
Responsabile del settore Viaggi
A proposito della vela raccoglie i testi di Robin Knox-Johnston sulla navigazione in solitaria, la sicurezza e la vita a bordo. Il volume integra il resoconto del suo giro del mondo in barca a vela, citato nell’articolo, con esperienze degli anni successivi. Chi è interessato agli aspetti pratici delle lunghe traversate in solitaria troverà qui le sue riflessioni sulla navigazione a vela e su come affrontare le sfide del mare.
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