Unificazione tedescaCome un tempo due velisti riuscirono a fuggire dalla DDR per ben due volte

YACHT

 · 03.10.2026

Kiel – La nave faro a poppa dopo una fuga piena di apprensione. Durante questo viaggio estivo del 1961, il velista di Stralsund Klaus Schröder si concede di guardare a poppa solo dopo aver superato l’imponente imboccatura della baia di Kiel
Foto: Haag & Herchen
Secondo recenti ricerche, 135 persone persero la vita nel tentativo di fuggire dall’ex DDR. Ai velisti di Stralsund Christa e Klaus Schröder, invece, nell’estate del 1961 riuscì di ben due volte a fuggire. Pochi giorni prima della costruzione del Muro, il 13 agosto. Di seguito, il ricordo di un'impresa audace a vela.

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Una volta fissate le cime, Christa ed io ci siamo lasciati cadere, ancora sotto shock, nella cabina di pilotaggio e siamo rimasti lì in silenzio, come in una preghiera silenziosa. Tutta la paura e l’angoscia che avevamo sopportato ci sono tornate alla mente in una frazione di secondo. Dopo quel breve istante di silenzio – ci sentivamo come persone che, dopo un bombardamento, strisciano fuori dalla cantina e si rendono conto di essere ancora vive – anche noi due abbiamo ritrovato la vitalità.

Contemporaneamente e d’impulso ci siamo alzati di scatto, ci siamo abbracciati e abbiamo messo in scena una danza del coniglio nella cabina di pilotaggio. Dopodiché Christa è scesa di corsa nella cabina, ha tirato fuori due bicchieri d’acqua e della vodka Adlershofer. A quel punto sono stati versati Schto grammi. Alzammo i bicchieri. «Alla libertà!»

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La scena si svolge nel porto di Gedser: è l’8 agosto 1961, cinque giorni prima della costruzione del Muro, che avrebbe isolato completamente la DDR. Il velista di Stralsund Klaus Schröder ha appena ormeggiato qui la sua “Rugia” insieme alla moglie Christa. Sei giorni prima erano già stati qui. Ma erano dovuti tornare indietro: i loro compagni di viaggio non volevano fuggire con loro verso l’Ovest. Che ci siano riusciti una seconda volta è, col senno di poi, un vero miracolo. Klaus Schröder ha poco più di vent’anni quando decide definitivamente di lasciare lo Stato dei lavoratori e dei contadini. L’ingegnere ha un lavoro ben retribuito, è felicemente sposato ed è orgoglioso proprietario di un “Kreuzer Nazionale” di 75 metri quadrati. Agli occhi dei suoi concittadini della DDR, conduce una vita appagante sotto ogni punto di vista. Schröder non è nemmeno un nemico del sistema. Dopo la guerra aveva creduto di poter contribuire alla ricostruzione di una Germania migliore, era entrato a far parte del SED e si era definito un giovane comunista onesto.

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Nel 1960 viene elaborato il piano di fuga

Ma nel 1960 Schröder ha le idee chiare: vuole andarsene. Verso Ovest. Fuggire dalla Repubblica: un reato. Nel suo racconto autobiografico “Kiel – Nave faro in vista!”, scritto pochi anni dopo la caduta del muro, descrive come ci sia arrivato e cosa abbia vissuto in quel periodo.

All’epoca la DDR si trovava in una profonda crisi. Dopo la rivolta operaia del 17 giugno 1953, il Partito Socialista Unificato aveva proclamato una “nuova linea”. Pochi anni dopo, tuttavia, questa era cambiata a tal punto da condurre a un vicolo cieco. Il socialismo reale entra in una spirale discendente. Il declino economico del giovane Stato spaventa i cittadini della DDR. In quegli anni, centinaia di migliaia di persone, per lo più ben istruite, fuggono nella Repubblica Federale Tedesca. Ciò aumenta la pressione su chi è rimasto in patria, come Schröder, che un giorno riceve la comunicazione di essere stato designato per prestare servizio presso la Sicurezza di Stato.

«Si sono verificati degli eventi che mi hanno posto di fronte a una scelta: farai ciò che vogliono costringerti a fare, oppure ti rifiuterai? Segui la tua strada, in piena libertà di scelta, secondo la tua decisione, rimanendo fedele ai principi di vita che hai sempre seguito – giustizia, decenza umana, dignità umana e umanesimo – oppure diventi un maiale?»

Si avverte nell’aria che sta per succedere qualcosa. Il 15 giugno 1961 il capo di Stato Walter Ulbricht dichiara che nessuno ha intenzione di «erigere un muro». Ora è chiaro: la leadership non resterà a guardare ancora a lungo mentre il Paese si svuota. Il confine interno tedesco è già fortificato con filo spinato sin dall’inizio degli anni ’50. Circolano voci secondo cui le guardie di frontiera avrebbero già fatto uso delle armi lungo questa cosiddetta «fascia di controllo» tra i due Stati tedeschi.

E così, già ora, alla vigilia della costruzione del Muro, una fuga sembra ormai quasi impossibile. Solo Berlino offre ancora qualche via di fuga – e, appunto, il Mar Baltico, se non ci sono motovedette nelle vicinanze. Alla fine dell’estate del 1960 Schröder acquista il «Rugia», un incrociatore nazionale da 75 m² riadattato a crocierista da 50 m². Lui e sua moglie sono da tempo affascinati da questo elegante yacht a vela, lungo 12 metri, il secondo più grande del porto di Stralsund. Ora è in vendita. Dal giorno dell’acquisto, la coppia inizia a prepararsi con determinazione alla fuga.

«Prima di tutto bisognava sbrigare al più presto le pratiche burocratiche, perché ­i mulini di Dio macinano lentamente e quelli della DDR ancora più lentamente. Bisognava quindi richiedere alla polizia un permesso per la navigazione a vela. Per ottenere l’autorizzazione era necessario prima presentare una raccomandazione da parte del circolo velico di cui si era soci.»

L'equipaggio non viene esplicitamente informato del piano di evacuazione

Inoltre, la “Rugia” necessita di un certificato di registrazione rilasciato dalla polizia di frontiera, che va richiesto al Ministero dell’Interno. In esso è riportato il numero di immatricolazione valido per un anno. Segue poi un certificato di navigazione, rilasciato dall’Ufficio nautico della DDR dopo l’ispezione dell’imbarcazione a terra e in acqua. Il problema maggiore, però, è l’equipaggio. Navigare in due su un’imbarcazione senza motore con un dislocamento di sei tonnellate e mezzo non passa nemmeno per la mente degli Schröder. Coinvolgere un equipaggio nel progetto è fuori discussione. Il rischio che il piano venga scoperto e che tutti finiscano in tribunale è troppo grande.

Alla fine vengono assunti il cugino Horst e la sua fidanzata Traudi. I due avevano già espresso più volte il desiderio di andare nell’Ovest, e gli Schröder credono di fare loro un favore se la promessa «gita estiva» li porterà in Danimarca – e non di nuovo a Stralsund.

«Ma poiché la “fuga dalla Repubblica” era un reato politico grave, non potevamo rivelare ai nostri compagni di viaggio il vero motivo della nostra gita estiva di quest’anno. Dovevamo mantenere il massimo riserbo. Nelle conversazioni tra me e Christa, nessuna parola sul nostro piano doveva arrivare alle orecchie di qualcun altro. Gli informatori erano in agguato dietro ogni angolo. Era peggio che ai tempi del nazismo.»

Schröder fa qualche allusione al cugino, affinché non parta impreparato. Dovrebbero portarsi con sé abiti eleganti e denaro in abbondanza, in modo da potersi concedere qualche divertimento lungo il viaggio. Nel corso della conversazione, Schröder ha anche accennato alla possibilità di fare scalo in Danimarca. Sebbene le visite all’estero fossero severamente vietate ai velisti della DDR, in quel periodo capitava comunque che venissero effettuate. In seguito, di nascosto, ci si raccontava con orgoglio queste avventure. Durante l’inverno, gli Schröder revisionano a fondo la loro imbarcazione appena acquistata; dopo averla armata, imparano a conoscerla navigando a vela. Ogni fine settimana si recano a Hiddensee; spesso devono attraversare i stretti canali navigabili e tutte le manovre portuali vengono effettuate a vela.

Durante la settimana si procede all’allestimento della “Rugia”. Portare a bordo, pezzo per pezzo, provviste per diverse settimane, oggetti personali e, alla fine, l’intero corredo domestico, senza destare sospetti tra parenti, amici e vicini e in modo tale che, in caso di controllo a bordo, nessuno nutra alcun sospetto, è un’impresa da veri artisti. Eppure ci riescono. E così, lunedì 24 luglio 1961, l’equipaggio della crociera estiva salpa dal molo nord di Stralsund.

Primo tentativo di fuga dalla DDR

Con vento da ovest di forza 6-7 e pioggia, la “Rugia” fa inizialmente rotta verso Kloster, sull’isola di Hiddensee. Schröder e sua moglie riescono a malapena, con grande sforzo, a nascondere la loro tensione agli altri velisti. La tensione aumenta ulteriormente quando il forte vento da ovest li trattiene lì per una settimana. «Ma il 31 luglio 1961 il vento si calmò e girò a nord-ovest, forza 4. Era proprio il vento favorevole per raggiungere Warnemünde, la nostra prima destinazione. Alle 9.30 salpammo. Senza dover navigare di bolina, attraversammo lo stretto canale navigabile in direzione della punta settentrionale dell’isola di Hiddensee. Lì, tra la lunga penisola di Bessin e la costa di Rügen, la penisola di Bug, di solito era ancorata una motovedetta della guardia costiera che bloccava l’uscita verso il Mar Baltico aperto.»

All’imbarcazione di controllo, la “Rugia” fa una deviazione e quattro guardie di frontiera armate si avvicinano remando con il gommone. Il caso vuole che il capo sia un vecchio amico di vela dello skipper. Una chiacchierata sui vecchi tempi sostituisce l’ispezione della «Rugia», con grande stupore sia dei funzionari che dell’equipaggio dello yacht, che viene rapidamente autorizzato a proseguire verso il mare. Alle 19.30 la «Rugia» attracca a Warnemünde. Qui Schröder intende attendere le condizioni giuste per la traversata verso Gedser, in Danimarca.

Sorgono dei dubbi sulla correttezza di quella decisione. «Avevamo anche paura di quell’ignoto mondo straniero: saremmo riusciti a mettere radici e a orientarci lì? Dove ci aspettavano gli sfruttatori capitalisti: ce lo ripetevano senza sosta, come un mantra, ogni giorno. Cosa ne sapevamo noi dell’Occidente? La nostra meta era Kiel, lì avevamo dei parenti. Eravamo giovani e volevamo lavorare, volevamo darci da fare e fare carriera. Io avevo ormai 28 anni, Christa 25. Il mondo era ancora ai nostri piedi. Se nella Germania Ovest le cose non avessero funzionato, avremmo sempre potuto proseguire, verso la Danimarca o la Svezia. Con la nostra nave avevamo tutte le possibilità.»

Già il giorno dopo le previsioni del tempo lasciano ben sperare. Per il 2 agosto è previsto un leggero vento da sud con scarsa visibilità e banchi di nebbia. Dopo una serata trascorsa nel suo locale preferito a Warnemünde, la mattina seguente lo skipper sporge la testa dalla scaletta e sente subito l’odore della nebbia, tanto è umida l’aria. Si riesce a malapena a vedere a due miglia nautiche di distanza, eppure soffia davvero un vento di forza due da sud. Schröder capisce immediatamente che in quel momento il destino gli sta facendo cenno. È l’occasione perfetta per fuggire: se non ora, mai più.

Il contatto con una nave passeggeri della DDR ha forse sventato la fuga?

Schröder non può affatto presentare il giornale di bordo con destinazione Wismar alla stazione di polizia, perché non è ancora stato compilato. Nonostante ciò, alle 9.00 salpa di nascosto. Del resto, non ha più alcuna intenzione di tornare indietro. Il cugino Horst e la sua fidanzata Traudi non ne sono ancora a conoscenza. Non vedono l’ora di fare una gita avventurosa in Danimarca. Finché non perdono di vista la terraferma, Schröder continua a governare la «Rugia» in direzione di Wismar. Ma ben presto una nebbia fitta avvolge la nave, e lui si dirige direttamente verso nord, in direzione di Gedser.

E poi accade l’inimmaginabile: proprio davanti a loro spuntano le sagome di una nave passeggeri della DDR. Schröder pensa che sia tutto finito: «Dopo circa tre ore di navigazione, dalla foschia è spuntata davanti a noi una nave passeggeri. Ho pensato: “Ora ci hanno beccati, ci sono persone a bordo che possono fermarci”». In effetti, la nave si avvicina. Si rivela essere l’«Ahlbeck» della compagnia di navigazione di proprietà statale. Ogni giorno trasporta passeggeri della DDR a Gedser, dove è prevista una sosta di 15 minuti, ma senza possibilità di scendere a terra.

«Mi è balzato il cuore in gola. La porta della timoneria si aprì e un uomo apparve sul ponte. Si portò le mani a conchiglia davanti alla bocca e ci chiese: “Dove volete andare?” “A Wismar”, risposi. Allora indicò con il braccio, ad angolo retto rispetto alla nostra rotta precedente, verso ovest. Probabilmente pensava che avessimo perso l’orientamento. Alzai la mano per fargli capire che avevo capito e cambiai rotta».

Fortunatamente, l’“Ahlbeck” scompare presto dalla vista e la “Rugia” riprende la rotta verso Gedser. Alle 14.30 di quel 2 agosto 1961 arriva a destinazione. Durante il viaggio avevamo realizzato noi stessi la bandiera del paese ospitante utilizzando una federa e l’avevamo personalizzata con la scritta «Danimarca» dipinta con colori a olio. «Fui pervaso da un’indescrivibile sensazione di felicità. Ce l’avevamo fatta: come normali turisti in barca a vela, entravamo nel porto di Gedser.»

L'equipaggio vuole tornare nella DDR

Ma la gioia silenziosa non dura a lungo. Il cugino Horst non è affatto entusiasta quando, già alla prima uscita a terra, lo skipper gli annuncia euforicamente che non vuole tornare in DDR. Il cugino dice che anche lui ha già preparato tutto per la fuga, ma che vuole attraversare il confine solo alla fine di agosto, passando per Berlino Ovest. Non aveva colto le allusioni e aveva lasciato lì tutti i suoi documenti. «Ero così deluso che riuscivo a malapena a pensare con lucidità. Mi sentivo come un bambino a cui era stato regalato un giocattolo tanto desiderato, ma che gli era stato subito strappato dalle mani con la scusa che fosse solo uno scherzo. Ci trovavamo in una brutta situazione.» Così racconta Schröder nel suo racconto.

La sera, l’equipaggio della “Rugia” è stato invitato su uno yacht proveniente dalla Repubblica Federale Tedesca. I padroni di casa volevano festeggiare la fuga riuscita. “È stata una serata all’insegna dell’alcol e dell’allegria. Dopo aver raccontato la nostra storia e spiegato il progetto di mio cugino di tornare nella DDR, i velisti di Berlino Ovest mi hanno dato del pazzo per l’idea di riportarli indietro. Secondo loro, avrei esposto me e mia moglie al rischio di non riuscire a superare il confine marittimo una seconda volta. Ritenevano estremamente rischioso il piano di mio cugino e della sua fidanzata di scappare passando per Berlino Ovest. Proprio loro, in quanto berlinesi dell’Ovest, conoscevano in prima persona la situazione politica, con il flusso di fuggitivi dalla DDR verso Berlino Ovest in costante aumento. A loro avviso, la situazione era tale che ormai bisognava aspettarsi da un giorno all’altro la chiusura del confine tra i settori. Ciò significava anche: chiusura dei confini lacustri.”

Tutti insieme cercano di convincere il cugino Horst e la sua fidanzata a proseguire verso ovest a bordo della “Rugia”. Ma non riescono a farli cambiare idea. E allora cosa fare? Schröder non vuole costringerli. E non vuole nemmeno rimandarli a casa con la «Ahlbeck», perché in tal caso sarebbero stati trattati come fuggitivi dalla Repubblica. Per concedere loro un po’ di tempo per riflettere, il 3 agosto l’equipaggio naviga per altre 35 miglia nautiche in direzione nord-est verso Klintholm. Anche qui, la sera, l’equipaggio viene invitato a cena e diversi velisti della Germania Ovest cercano di convincerli a non correre alcun rischio. Ma senza successo: il cugino Horst vuole tornare nella DDR. E Schröder decide di riportarli indietro. «Non potevo costringerli a fare un passo che non volevano compiere. Inoltre, non volevo che il nostro nuovo percorso di vita iniziasse con una costrizione che esercitavo sugli altri. Ogni persona doveva poter decidere liberamente della propria vita.»

Il 5 agosto, otto giorni prima che la DDR venga completamente isolata, la “Rugia” salpa da Klintholm in direzione di Hiddensee. Questo viaggio di ritorno si rivela un’esperienza da brivido. Per ore la nave rimane in bonaccia, in vista delle guardie di frontiera al largo di Dornbusch. Cala la notte, spunta l’alba, si alza il vento e finalmente si può salpare per Kloster. Come per miracolo, la motovedetta di frontiera non è al suo posto, e così la «Rugia» può proseguire la navigazione indisturbata e attraccare a Kloster alle 5.00 del mattino del 6 agosto. Già alle 10.00 i parenti prendono il piroscafo per Stralsund. «Avevamo esaudito il loro desiderio, li avevamo riportati a casa, la nostra coscienza era a posto.»

Secondo tentativo di fuga

Ma Klaus Schröder nutre ormai notevoli dubbi sulla possibilità di riuscire ancora una volta nella fuga, dubbi che lo tormentano sempre di più. «Riuscirci ancora una volta è praticamente impossibile. Il nostro permesso di navigazione era valido solo fino al 15 agosto. Chi avrebbe creduto, davanti alla nave di pattuglia, che volessimo fare un’altra crociera a Wismar in sette giorni? La nostra lista dell’equipaggio non era più corretta, mancavano due persone.»

Schröder ormai riesce a malapena a pensare con lucidità. Come se non bastasse, i passeggeri dei barche vicine raccontano di essere appena tornati dalla Danimarca. Sulla motovedetta ci sarebbe stato un controllo approfondito e, poiché gli agenti avrebbero trovato dei biglietti d’ingresso del Tivoli nelle tasche delle tute da marinaio, il loro skipper sarebbe stato immediatamente arrestato. Ma il piano di Schröder è ben definito. Il giorno successivo intende lasciare definitivamente le acque della DDR. Solo che il 7 agosto regna una bonaccia totale. L’attesa diventa un vero e proprio calvario per lo skipper e sua moglie. Finalmente, l’8 agosto, cinque giorni prima della chiusura totale del confine della DDR, Klaus Schröder e sua moglie mollano gli ormeggi alle 7.00 del mattino nel porto di Kloster.

«Non ci guardiamo più indietro. Soffia vento da est, forza 2.» Devono attraversare il stretto canale navigabile, ma rimangono incagliati e, dopo un’ora e mezza di paralizzante attesa, vengono rimorchiati da un peschereccio non appena la motovedetta entra nel loro campo visivo. Schröder e sua moglie hanno avuto fortuna nella sfortuna. Il peschereccio, infatti, continua a trainare lo yacht a vela verso nord attraverso gli stretti canali navigabili, mentre la motovedetta di frontiera sfreccia a tutta velocità verso sud per il cambio di guardia. «Nel frattempo il vento si è rafforzato a forza 3 da est, una brezza perfetta per noi. Il peschereccio sgancia la cima di traino e siamo di nuovo soli. Alzo le vele e verso le 10.30 abbiamo doppiato la punta settentrionale di Hiddensee. Siamo passati senza essere controllati, ma la postazione di guardia in cima alla scarpata ci avrà sicuramente già individuati con il binocolo. Riprendiamo la rotta verso Wismar, che è più o meno la stessa di quella per Gedser.»

Elicotteri della DDR e gommone sulla scia

Tutto sembra filare liscio, finché non si sente il rombo di un elicottero della DDR. L’elicottero si avvicina e vola in cerchio attorno alla “Rugia” così vicino che lo skipper e il pilota possono guardarsi negli occhi. Schröder è sbalordito. Ora lo hanno in pugno. Ma poi la visibilità peggiora. La «Rugia» attraversa il corridoio di navigazione obbligatorio del Mar Baltico e incrocia un peschereccio danese, ma non ha ancora raggiunto il territorio danese, e dall’aria umida si fa sentire il rumore di un motoscafo della DDR che si avvicina sempre di più.

Ancora una volta a Klaus Schröder si stringe il cuore. Li stanno cercando. Ma la nebbia, che si fa sempre più fitta, offre riparo, e il rumore si attenua di nuovo. Spinto dalla paura, Schröder imposta la rotta direttamente sopra la scogliera di Gedser. «Non dovevano prenderci, anche a costo di andare a fondo». Il prossimo rumore di motore proviene dal traghetto ferroviario «Theodor Heuss». Il nome è un primo saluto di benvenuto dalla Repubblica Federale. «Alle 17.30 dell’8 agosto 1961 attraccammo per la seconda volta a Gedser. Avevamo finalmente raggiunto la terra libera dell’Occidente. La nostra fuga era terminata.»

Diario di una fuga dalla DDR

Fotografo: Haag & HerchenFoto: Haag & HerchenFotografo: Haag & Herchen

Pubblichiamo questo racconto per gentile concessione della casa editrice Haag + Herchen, che nel 1994 ha pubblicato l’autobiografia di Klaus Schröder.


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