Cari lettori e lettrici,
Nella navigazione a vela c’è quel momento in cui una crociera rilassante si trasforma in una questione di abilità marinaresca. Un attimo prima si trattava semplicemente di raggiungere il porto previsto in tempi ragionevoli, in modo rilassato e in condizioni piacevoli. Poi qualcosa cambia: il vento, il tempo e le onde si fanno più intensi, le decisioni più difficili, la situazione più confusa. E all’improvviso la domanda cruciale non è più: Posso continuare? Anzi: perché dovrei?
La Silverrudder 2026 ha posto questa domanda con particolare forza. Dei oltre 440 velisti in solitaria iscritti, 320 hanno preso il via per percorrere le 134 miglia nautiche intorno a Fionia, Poco meno di 70 si sono ritirati, circa 250 hanno tagliato il traguardo (i dati dei tracker, le liste di iscrizione e i risultati variano purtroppo), alcuni si sono trovati in gravi difficoltà. Particolarmente impressionante è il caso del velista di un First 18 SE, che dopo un capovolgimento è caduto in mare ed è stato poi trascinato per più di un’ora dietro la propria imbarcazione, che procedeva a circa quattro nodi. Si era agganciato alla barca con la sua corda di sicurezza, ma non riusciva più a risalire a bordo. Solo una richiesta di soccorso «Mayday» inviata tramite la sua radio portatile (indossata per la prima volta) ha dato il via alle operazioni di soccorso. Il velista è sopravvissuto.
Ciò che colpisce non è tanto lo svolgimento spettacolare della vicenda, quanto piuttosto la lucida constatazione dello stesso protagonista: avrebbe dovuto invertire la rotta prima. Aveva già avuto occasioni per farlo in precedenza. Questa è forse la messaggio più importante di questo “Silverrudder”.
Infatti, nella vela abbiamo un rapporto particolare con il rinunciare. Chi resiste è considerato tenace. In una regata, è anche sotto pressione, sotto lo sguardo del proprio entourage e di un pubblico che molti creano autonomamente attraverso i social media. Chi si ritira deve giustificarsi. Eppure spesso si tratta di una valutazione errata. Rinunciare, finché si è ancora in grado di decidere autonomamente, è qualcosa di completamente diverso dal rinunciare perché non si ha più alcuna scelta. Il velista esperto, quindi, non è necessariamente colui che sa quanto vento, onde e stanchezza è in grado di sopportare. È colui che riconosce quando la propria valutazione diventa inaffidabile. Quando la mancanza di sonno, il freddo, l’oscurità, il vento in aumento, il mare agitato e una manovra complicata si combinano, una situazione può improvvisamente precipitare, anche se ogni singolo fattore, preso singolarmente, sembra ancora gestibile. E allora la decisione di virare non è una debolezza, ma responsabilità personale.
A questo proposito, occorre guardarsi da un altro malinteso: la vela non è uno sport ad alto rischio. Le statistiche sugli incidenti disponibili delineano un quadro decisamente più sfumato. Uno studio statunitense ha calcolato per la vela circa 1,19 decessi ogni milione di giorni di navigazione: il rischio mortale assoluto è quindi basso. Anche i dati della DGzRS (Servizio tedesco di soccorso in mare) sembrano inizialmente confermare questo quadro: nel 2025, nell’area di soccorso in mare tedesca, per le imbarcazioni a vela sono stati registrati soprattutto problemi tecnici e di navigazione, come guasti al motore e incagli. I casi di «uomo in mare» sono stati numericamente molto più rari.
Tuttavia, non si deve dedurre che un evento sia innocuo solo perché è raro. È proprio questa la particolarità della vela: Non è particolarmente pericoloso… finché qualcuno non finisce in mare. Nello stesso studio statunitense, circa il 70% degli incidenti mortali in barca a vela era correlato a cadute in mare o capovolgimenti; l’annegamento era la causa di morte più frequente. Un guasto al motore ti fa andare alla deriva. Un incaglio può costare caro. Un autopilota guasto è fastidioso. Una persona in acqua, invece, cambia radicalmente la situazione nel giro di pochi secondi. Il freddo, le onde, l’oscurità, la distanza dall’imbarcazione e la difficoltà di risalire a bordo da soli trasformano molto rapidamente un incidente in una corsa contro il tempo.
Ecco perché anche il solito dibattito sulla sicurezza rappresenta solo metà della verità. Giubbotto di salvataggio, cima di sicurezza, AIS, radio, PLB o EPIRB sono importanti. Ma nessuna di queste attrezzature impedisce di prendere la decisione sbagliata decisiva: continuare a navigare per un’altra ora, pur sapendo già che le condizioni stanno peggiorando. L’attrezzatura di sicurezza più importante si trova quindi tra le orecchie. La responsabilità personale non significa dover risolvere tutto da soli. Significa riconoscere per tempo quando si ha bisogno di aiuto – e, cosa ancora più importante: quando è necessario allontanarsi dalla situazione, finché è ancora possibile farlo.
Questa è forse la vera lezione del Silverrudder 2026. Il mare non conosce classifiche, né lo status di “finisher”, né alcuna prova che si sia “ce l’abbia fatta”. Non gli interessa se si è superato il proprio limite personale. O, come ama dire Arved Fuchs: «Non si può domare il mare, ci si può solo adattare ad esso». Esiste solo la conseguenza di una decisione. Ed è per questo che a volte ci vuole più coraggio a cambiare rotta che a mantenerla.
La Silverrudder non è stata solo una regata caratterizzata da vento forte, 57 ritiri e diversi interventi di soccorso. È stato un promemoria del fatto che la buona marineria inizia molto prima che si verifichi una situazione grave. Inizia con la disponibilità a prendere sul serio i segnali di allarme, a valutare con lucidità le proprie capacità e a tornare indietro prima che sia il mare a decidere al posto nostro. In questo senso, in questa edizione del Silverrudder c’erano molti velisti prudenti. Delle 450 imbarcazioni iscritte, 118 (anche se per motivi diversi) non sono nemmeno partite.
Vi auguro un buon fine settimana
Fridtjof Gunkel
Redazione capo di YACHT
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