SaggioGettare l’ancora – Il momento più bello di una crociera

Steffi von Wolff

 · 27.07.2026

All’ancora: di tanto in tanto l’acqua porta con sé dei rumori, forse una risata. Smorzati, amichevoli. Non si è soli – eppure si è completamente immersi in se stessi.
Foto: YACHT/Nico Krauss
​Quando l’ancora viene calata, lo yacht si trasforma in un’isola galleggiante, dove l’equipaggio si abbandona al flusso del tempo. L’autrice Steffi von Wolff racconta della felicità e della grande libertà che si provano all’ancora.

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Il motore sta per spegnersi, un ultimo, sommesso ronzio sotto i piedi. Mio marito è a prua, con la mano sull’ancora, concentrato, quasi solenne. Lo vedo lanciare una breve occhiata alle mie spalle, come se volesse assicurarsi che io sappia esattamente cosa sta per succedere. Annuisco quasi impercettibilmente. Poi cala l’ancora.

Quando l'ancora viene calata, tutto cambia

C’è quel momento che solo i velisti possono davvero capire. L’arrivo, non al porto, ma al contrario: l’arrivo nel lasciarsi andare. Il tintinnio metallico della catena attraversa tutto il corpo, poi si aggancia in basso, da qualche parte nell’invisibile. È come se qualcosa rispondesse dalle profondità. Poi quel momento meraviglioso in cui il motore tace.

E all’improvviso, da un istante all’altro, eccola lì: quella pausa. Come se qualcuno avesse messo il mondo su “pausa”. Perché all’improvviso c’è silenzio. Non un silenzio totale, ma uno che vive. Uno che respira. Un uccello canta. Lontano, l’acqua sciaborda contro le pietre della riva. La barca si raddrizza, cerca la sua posizione nel vento, la trova e poi va tranquillamente avanti e indietro, come se avesse sempre voluto stare proprio qui. «È meraviglioso!», dico sempre in quei momenti, perché trovo quell’istante di una bellezza indescrivibile. Mio marito viene a sedersi nella parte posteriore del pozzetto, si appoggia brevemente alla ringhiera, fa un respiro profondo. «Sì», risponde sempre anche lui. «Finalmente.» A volte aggiunge altro. A volte no. Ma quel «finalmente» racchiude tutto: il percorso, il vento, le piccole tensioni lungo il tragitto, il continuo concentrarsi. E ora: più nulla di tutto ciò.

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​Gettare l’ancora non è uno stato. È una sensazione. Inizia là fuori. C’è la baia, la luce, l’acqua, e finisce da qualche parte nel profondo, in un luogo di cui nella vita quotidiana quasi non ci si ricorda più l’esistenza. Un luogo silenzioso, ma non vuoto. Che è caldo e pieno di vita, senza essere rumoroso. Intendo una pace interiore che non è spettacolare, ma che rende silenziosamente felici e grati. Una pace che non esige di essere trattenuta. È semplicemente lì. Allora spesso mi rilasso e penso a come, di tanto in tanto, me ne dimentichi: che la soddisfazione possa essere così semplice.

Luce del tramonto, acqua, vicinanza

Più tardi il sole scende lentamente verso l’orizzonte, come se avesse tempo e avesse deciso di essere particolarmente bello per noi oggi. La luce diventa più morbida, più dorata, più calda, quasi fluida. Si adagia sul ponte come una coperta che dice: «Resta qui». Anche l’acqua cambia. Il blu scintillante si trasforma in un gioco di colori più scuri e profondi. Le ombre si spostano. I contorni si sfumano. Tutto diventa più silenzioso, anche i pensieri. Anche gli uccelli. Persino le onde si placano. Sì. Torna la calma.

Siamo seduti uno accanto all’altro, un po’ più vicini del solito. Non perché faccia freddo, ma perché ci sembra giusto così. «Ti capita ancora di riflettere molto quando siamo qui distesi?», gli ho chiesto l’altro giorno. Ha bevuto un sorso di vino, ci ha pensato su. «In modo diverso», ha detto poi. «Non così pressanti. Certo, tutto ciò che ci circonda nella vita di tutti i giorni è ancora lì. Ma i pensieri non urlano più.» Annuii. «Sì. Esattamente.» È come se l’acqua abbassasse il volume della vita.

​Perché l'ancoraggio infonde tanta tranquillità

Gettare l’ancora è un’esperienza tangibile. Dal punto di vista psicologico, qui avviene qualcosa di affascinante. Gettare l’ancora con la propria barca soddisfa contemporaneamente due bisogni fondamentali: quello di sicurezza e quello di libertà. La barca diventa una capsula protettiva. Uno spazio delimitato che infonde sicurezza. Fuori, il mare aperto, infinito, incontrollabile. Dentro, un piccolo universo che si comprende, che si può guidare. La barca è come un rifugio che ci si è costruiti da soli. E l’ancora è, per così dire, la promessa di poter restare. Un oggetto così semplice, fatto di metallo, eppure simbolo di stabilità in un ambiente in continuo movimento.

Il dolce dondolio, il gorgoglio delle onde contro la murata: tutto ciò agisce direttamente sul sistema nervoso. Rilassa. Regola. Richiama alla mente qualcosa di primordiale, forse addirittura qualcosa che conoscevamo già prima ancora di avere le parole.

Potrei passare giorni interi all’ancora. Mi piace addormentarmi in questa quiete. Il risveglio. Il primo caffè all’aperto, mentre mio marito si tuffa in acqua senza troppe esitazioni. Io, ovviamente, prima un «oh» e un «ah», poi a un certo punto lo seguo. Il Mar Baltico all’inizio è freddo, ovviamente. Ma una volta entrati in acqua… «Non pensare», dice mio marito. «Fallo e basta». Poi ci facciamo una doccia sul ponte, il sole ci asciuga la pelle, facciamo colazione. La barca ondeggia dolcemente, in modo quasi impercettibile. Un ritmo che non esige nulla, ma che semplicemente ci sostiene.

Si comincia a pensare in modo diverso. Più lentamente. Con più dolcezza. Le domande importanti affiorano con delicatezza, quasi timidamente. «Mi sembra che tutto sia proprio come dovrebbe essere», ho detto una volta. «Sono felice. Non che di solito non lo sia, ma qui me ne rendo conto di più». Lui annuisce. «Anch’io». Poi aggiungo: «Sono grata.» – «Per cosa?», chiede lui, anche se forse conosce già la risposta. Guardo l’acqua, la luce che svanisce lentamente. «Per tutto. Per te. Per noi. Per il fatto che stiamo facendo questo.»

E la sera, quando il sole è tramontato, ecco la prossima meraviglia: le prime stelle. Prima una, poi due, poi sempre di più. Come se lassù qualcuno accendesse con molta cautela una luce dopo l’altra.

La libertà e la vigilanza vanno di pari passo

E se arriva un’altra barca e getta l’ancora nelle vicinanze, per un attimo ci sentiamo un po’ tesi. «Troppo vicina?», chiedo. Lui socchiude gli occhi, valuta la distanza. «Va ancora bene. Ma la tengo d’occhio.» Non posso fare a meno di sorridere. Anche questa piccola vigilanza fa parte del gioco. Una volta qualcuno ha suonato la tromba al tramonto. Era così bello che mi sono commossa fino alle lacrime. Un’altra volta, dalla riva è arrivata la melodia di una cornamusa. È successo in Danimarca. «È pazzesco», ho sussurrato. «È perfetto», ha risposto lui.

​Di tanto in tanto l’acqua porta qui dei rumori, forse una risata. Smorzata, amichevole. Non si è soli eppure si è completamente immersi in se stessi. È questo strano mix di libertà e sicurezza. Nessun posto fisso eppure proprio lì dove si vorrebbe essere.

L’ancora tiene ferma la barca. E qualcos’altro tiene fermo noi stessi. Più tardi, quando la notte è ormai calata del tutto e l’acqua esiste solo come una distesa scura, siamo sdraiati nella cuccetta. La barca scricchiola piano, si gira al vento. Mi giro verso di lui. «Hai paura, in realtà?» – «Di cosa?» – «Che prima o poi tutto questo finisca.» Ci pensa a lungo. «A volte», dice con sincerità. «Ma poi penso…» – «… che ce l’abbiamo adesso», completo la frase. «Esatto.» Mi avvicino un po’. «Allora forse basta.» Lui mi stringe a sé. «Basta.» E là fuori c’è quel rumore. Non il silenzio. Ma il dolce, costante promemoria che si è liberi. E protetti. E al posto giusto, proprio qui.

Un rifugio sicuro in un mondo turbolento

Gettare l’ancora non è una meta. È una promessa. Forse è proprio questo il motivo per cui lo desideriamo così ardentemente. Perché troviamo qualcosa che a terra è ormai diventato raro: la sensazione di essere arrivati. E non importa affatto se la baia è grande o piccola, se l’acqua brilla di turchese o luccica di verde scuro, se il sole tinge il cielo di arancione o se nuvole grigie accompagnano la sera. La magia non nasce dal luogo. Nasce dal momento. A bordo, molte cose perdono di importanza. Il cellulare giace da qualche parte nella cabina. Le notizie possono aspettare. Nessuno chiede di appuntamenti, scadenze o liste della spesa. Improvvisamente il mondo è fatto di cose semplicissime: l’ancora ha fatto presa bene? Da dove viene il vento? Che odore ha l’acqua oggi?

Passiamo la vita a correre da un appuntamento all’altro. Ottimizziamo, pianifichiamo, organizziamo e cerchiamo di sfruttare ogni minuto in modo sensato. Persino il nostro tempo libero diventa spesso un progetto. Ma non appena l’ancora tocca il fondo, questo ritmo perde il suo potere. Allora non conta più che ora sia. Conta solo quanto sia bello quel momento. Allora parliamo di sogni che credevamo ormai dimenticati da tempo. Di viaggi che vorremmo ancora fare. Di errori che oggi non sembrano più così gravi. Di persone che ci mancano. Non c’è quasi nessun altro posto in cui le conversazioni diventino così sincere come su una barca all’ancora. E a volte non parliamo affatto. Perché anche il silenzio, all’improvviso, sembra perfettamente giusto. Ci sono persone con cui si può stare in silenzio per ore, senza che si crei un’atmosfera imbarazzante.

La barca ondeggia dolcemente, da qualche parte un pesce sguazza, eppure nessuno sente il bisogno di dire qualcosa. Questo silenzio condiviso è spesso più intimo di qualsiasi conversazione. All’ancora ci ricordiamo di quanto poco ci serva, in realtà, per essere felici. Un posto sicuro. Una persona che amiamo. Un cielo pieno di stelle. E la fiducia che l’ancora tenga. A volte ci si sveglia nel cuore della notte perché la barca si muove in modo diverso dal solito. Si resta in ascolto per un attimo nell’oscurità. Fuori, la luna brilla sull’acqua. Una leggera raffica di vento accarezza la baia. La barca si riadatta e torna alla calma. Proprio come noi stessi.

Ciò che rimane davvero della crociera

Anche noi a volte ci lasciamo trasportare dalla vita, perdiamo per un attimo l’orientamento, veniamo colti di sorpresa dalle tempeste o trascinati dalle correnti. Ma l’uomo ha bisogno della sua ancora. Un luogo o una persona che ci dia sostegno. Qualcosa che ci ricordi chi siamo. Forse amiamo gettare l’ancora proprio perché ci mostra questo: che la forza non ha nulla a che vedere con la velocità. Che la calma non è immobilità. E che la felicità spesso inizia proprio lì dove smettiamo finalmente di essere sempre in movimento.

Quando la mattina seguente il sole sorge lentamente e la nebbia avvolge l’acqua come un velo sottile, lo sguardo cade quasi sempre sulla catena dell’ancora. Scompare silenziosamente nelle profondità e collega la barca a qualcosa di invisibile. Ci ricorda che siamo stati sostenuti per tutta la notte, perché ci siamo lasciati andare e allo stesso tempo abbiamo avuto fiducia. Forse è proprio questa la lezione più importante che ci offre l’ancoraggio: non è sempre necessario continuare a navigare per andare avanti. A volte basta semplicemente gettare l’ancora, fare un respiro profondo e godersi la vita proprio lì dove ci si trova.

Perché alla fine non ricorderemo le miglia nautiche che abbiamo percorso. Né la velocità con cui navigavamo, né i porti in cui abbiamo fatto scalo solo per poco. Ricorderemo le baie tranquille. Il primo gin tonic alla luce del tramonto. Le stelle cadenti che abbiamo scoperto insieme. La mano che ci siamo tenuti in silenzio. E quella sensazione indescrivibile che, per un momento prezioso, tutto fosse esattamente come doveva essere.


Per voi l’ancoraggio è il momento clou di una crociera, oppure la vacanza inizia solo una volta arrivati in porto? Scrivete la vostra opinione nei commenti.

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Steffi von Wolff

Steffi von Wolff

Freie Autorin

Steffi von Wolff, geboren 1966, arbeitet als Autorin, Redakteurin, Moderatorin, Sprecherin und Übersetzerin. Sie wuchs in Hessen auf, lebt aber seit vielen Jahren mit ihrem Mann in Hamburg. Dank ihm entdeckte sie auch ihre Liebe zum Meer und zum Segeln. Ihre Erlebnisse hält sie fest in Büchern und in regelmäßigen Kolumnen, die Sie für YACHT und BOOTE schreibt.

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