Testo: Franz Schmitt
Non proprio sulle rive del corso d’acqua, ma comunque a una distanza allettante, si trova Kuala Lumpur, la capitale della Malesia. Facciamo rotta verso Port Dickson, un porto turistico nelle immediate vicinanze della megalopoli. È piuttosto spazioso, ma non particolarmente affollato. All’ombra di un grande complesso alberghiero offre un po’ di refrigerio all’equipaggio (piscina!) e una buona protezione per la barca – almeno così speriamo. Il pontile, infatti, sembra un po’ malandato e piuttosto fragile.
“Holly Golightly” è quindi ben ormeggiata e ora ci registriamo ufficialmente in Malesia. Due giorni dopo ci prepariamo per una lunga escursione a terra. Da Port Dickson ci vogliono circa due ore di viaggio per raggiungere Kuala Lumpur. Una volta arrivati, ci sistemiamo in un alloggio in alto sopra le nuvole, al 27° piano di un grattacielo alberghiero.
La sera e il giorno successivo attraversiamo a piedi questa metropoli e, come sempre, dobbiamo prima abituarci al rumore e alla folla. Ci colpiscono in particolare le Petronas Towers, alte 452 metri, e il quartiere di Bukit Bintang, che soprattutto di sera appare estremamente colorato e vivace.
Una volta tornati in hotel, il tempo si fa improvvisamente tempestoso e siamo contenti di non dover ridurre la vela. Grazie alle finestre a tutta altezza, le raffiche di vento che si susseguono sono davvero impressionanti e ci preoccupiamo un po’ per la nostra barca.
Il terzo giorno è all’insegna della cultura: in programma ci sono le Grotte di Batu. Ci facciamo strada tra alcune scimmie e tanta gente e restiamo davvero a bocca aperta. I malesi hanno davvero costruito imponenti complessi templari all’interno di grotte ancora più impressionanti. In uno dei templi, in cambio di una piccola offerta, un sacerdote indù ci annoda dei braccialetti che promettono protezione in ogni momento: proprio ciò di cui si ha bisogno durante un viaggio in mare.
Di ritorno a Port Dickson, constatiamo che la nostra barca è ancora al suo posto e, sollevati, saliamo nuovamente a bordo. Dopo aver fatto rifornimento di carburante e provviste, salpiamo pochi giorni dopo e torniamo a tentare la fortuna in mare. La nostra prossima tappa: una baia dove gettare l’ancora vicino a Port Klang, il porto di Kuala Lumpur, che però dista ben 60 chilometri dalla metropoli.
Il porto turistico di quella zona non ha recensioni particolarmente positive. Quando, dopo 47 miglia nautiche e nove ore di navigazione, raggiungiamo la nostra meta intermedia, preferiamo quindi gettare l’ancora non lontano dalle strutture portuali, tra magnifiche mangrovie. Due yacht che conosciamo bene ci tengono compagnia.
La mattina seguente partiamo per l’ultima grande tappa: mancano solo 250 miglia nautiche al Rebak Island Marina, a ovest di Langkawi. Questo ultimo tratto nello Stretto di Malacca ci regala altre emozioni che, in realtà, non avevamo previsto.
La prima notte, i pescatori del posto fanno di nuovo di tutto per non farci annoiare. Una delle barche da pesca più piccole, solitamente non illuminata, si illumina improvvisamente a pochi metri da noi. A questo punto si potrebbe pensare che i pescatori siano di cattivo umore per qualche motivo o abbiano intenzioni poco oneste, ma non è affatto così: di ottimo umore, vogliono solo sapere da dove veniamo e dove siamo diretti. Come quasi sempre, la risposta urlata nella notte «We are from Germany.» suscita una reazione entusiasta. Salutandoci amichevolmente con la mano, poi virano, spengono di nuovo tutte le luci e sono riusciti a far tornare completamente sveglia anche Mareike, che in quel momento era di guardia.
È proprio Mareike che, più tardi quella notte, individua sul plotter un segnale EPIRB attivo – una cosa da prendere molto sul serio, in realtà. Dato che l’oggetto non si trova proprio dietro l’angolo, contatta via satellite un capitano di porto della Malesia, che ci aveva dato il suo numero a Lombok – per ogni evenienza! Ma lui ci rassicura subito: i pescatori, spiega, usano spesso radiofari di emergenza fuori uso per contrassegnare le loro reti. Ci vuole un po’ per arrivarci.
La seconda notte superiamo l’isola di Pulau Pinang, vicina alla terraferma, e scopriamo ancora una volta cosa significhino due nodi di corrente contraria che, come se non bastasse, si alleano anche con il vento: una velocità da lumaca fino alla completa immobilità! Nel frattempo abbiamo la sensazione che l’isola vicina ci stia superando e che non arriveremo mai a destinazione. Solo dopo due ore questa follia si attenua sensibilmente e vinciamo la gara contro l’isola.
Undici ore e 56 miglia nautiche dopo raggiungiamo finalmente la nostra destinazione finale: il porto turistico di Rebak a Langkawi. Davanti all’ingresso del porto, che non è affatto facile da individuare, aggiriamo un ultimo pescatore con la rete. L'attracco e l'ormeggio sono ormai solo una formalità. Ce l'abbiamo davvero fatta: una delle rotte marittime più trafficate al mondo è ormai alle nostre spalle.
Parte 1 del reportage lo trovate qui!

Editor Travel