Christian Tiedt
· 25.10.2026
Testo: Birgit Hackl
Da Vanuatu siamo arrivati a Kavieng, sulla punta settentrionale di New Ireland, una graziosa cittadina con un ottimo mercato ortofrutticolo e supermercati sorprendentemente ben forniti. Una calma prolungata ha mandato all’aria il nostro piano di navigare più a ovest fino alle Hermits.
Abbiamo invece esplorato le numerose isole intorno alla punta di New Ireland e a New Hanover, abbiamo navigato verso l’isolato arcipelago di St. Matthias e poi, approfittando delle finestre meteorologiche, siamo tornati all’arcipelago di Tanga. Dopo una deviazione verso le Isole Salomone, siamo tornati alle isole più esterne, prima a Mussau.
«Ciao, buonasera!», poi un timido bussare allo scafo. Sporo la testa fuori dalla scaletta e mi ritrovo davanti quattro volti sorridenti di bambine. Le ragazze – la più piccola non avrà ancora dieci anni e la più grande forse quindici – sono arrivate con la loro canoa a vela dal villaggio dall’altra parte della laguna fino al nostro punto di ancoraggio presso il passo. Non posso certo rimandarle indietro.
Ed ecco che, cariche di cesti, si arrampicano già sulla scaletta da bagno. Io sono lì pronta con il tubo della doccia, perché cerchiamo di mantenere “Pitufa” più o meno libera da sale e sabbia, nonostante i tanti visitatori. Ringrazio gentilmente per i meloni, i fagiolini e le melanzane, anche se sotto coperta ne abbiamo già una montagna. Preferisco mettere in conserva l’eccedenza piuttosto che deludere le ragazze.
«Cosa posso darvi in cambio delle verdure?» Le ragazze ridacchiano, si consultano brevemente nella loro lingua, e poi la più coraggiosa delle quattro sbotta: «Rossetto e profumo!» Ovviamente, qui non si trovano da nessuna parte beni di lusso del genere. Trovo un rossetto nella nostra cassa delle cianfrusaglie; al posto del profumo, metto in busta un paio di confezioni di sapone profumato e aggiungo anche due confezioni di riso e zucchero.
Ancora un giro veloce sul ponte e nel pozzetto, poi i quattro risalgono sulla loro canoa, montano in un attimo l’albero, dispiegano la vela fatta di ombrelli cuciti insieme e partono a tutta velocità. La canoa successiva è già in viaggio – rotta «Pitufa». Sospirando, aspetto i prossimi visitatori; oggi non riuscirò più a finire il mio progetto con la macchina da cucire.
Avevamo letto che era indispensabile recarsi dal capo di ogni isola subito dopo aver gettato l’ancora, per portargli dei doni, chiedere il permesso di soggiornare e, cosa ancora più importante, porre la nostra incolumità sotto la sua protezione, nel caso in cui qualcuno dovesse derubarci o esigere il pagamento dei diritti di ancoraggio.
Questo può valere per gli ormeggi sulla terraferma. In molte delle piccole isole, invece, siamo stati semplicemente indirizzati ai “chairmen” (una figura simile a quella del sindaco), dove siamo stati accolti in modo molto informale, senza che ci venissero richiesti regali obbligatori – naturalmente abbiamo portato comunque qualche piccolo pensiero.
Ovunque gettassimo l’ancora, ben presto delle canoe venivano a trovarci: prima i bambini curiosi, poi il resto del villaggio. Il primo giorno era solitamente il più frenetico, poiché tutti erano ansiosi di conoscere gli stranieri e di ammirare la loro casa galleggiante. A volte venivamo circondati da dieci canoe e non potevamo né lavorare né riposarci, poiché dovevamo fare da guida a un gruppo dopo l’altro.
Immagino che gli equipaggi che navigano rapidamente da un ancoraggio all’altro si stancheranno presto di questa affluenza. Il trucco sta nel rimanere più a lungo nello stesso posto: una volta che l’entusiasmo iniziale si è placato, la vita torna alla normalità e si ricevono solo visite occasionali.
Non si può davvero biasimare l’entusiasmo degli isolani alla vista di una barca a vela: nella maggior parte delle isole eravamo la prima imbarcazione ad arrivare da 10 o addirittura 15 anni! «Un tempo qui arrivavano degli yacht, ma ora non più…»
A quanto pare, la reputazione della Papua Nuova Guinea come paese pericoloso li tiene alla larga, oppure forse i velisti di oggi sono meno avventurosi e tendono a seguire le rotte consigliate su Facebook e su NoForeignLand.
È un vero peccato, perché gli abitanti sarebbero felici di avere più visitatori, “to tell stories” (che nel gergo della Papua Nuova Guinea significa “spettegolare”), ma anche per fare scambi. In molti luoghi le navi di rifornimento, che un tempo passavano sporadicamente, ormai non si vedono più, e la gente offre ai velisti frutta e verdura da scambiare.
Abbigliamento usato, materiale scolastico, occhiali da sole, occhiali da lettura, generi alimentari di prima necessità come riso, zucchero e spaghetti istantanei e persino utensili da cucina come padelle e asciugamani sono molto richiesti, e abbiamo dovuto rifornire più volte la nostra scatola dei regali nelle città lungo il percorso. Anche il tessuto per lo spinnaker per le canoe a vela sarebbe un regalo ideale.
Chiediamo però agli equipaggi che ci seguono di non regalare attrezzatura da snorkeling e tanto meno arpioni – le barriere coralline, già provate dallo sbiancamento dei coralli, hanno bisogno di pesci erbivori come i pesci pappagallo e i pesci chirurgo per contenere la crescita delle alghe, e proprio queste specie sono quelle più decimate dai fucili subacquei. È meglio distribuire ami e lenze, poiché con questi gli abitanti del luogo catturano specie meno importanti come il dentice o il sgombro spinoso.
La terza parte del reportage seguirà a breve.

Editor Travel