La sera del sesto giorno Dio aveva completato la creazione. Soddisfatto, si appoggiò allo schienale per ammirare la sua opera. Fu allora che notò che tra le pieghe del suo grembiule si erano nascoste ancora alcune briciole di terra. Si rese conto che non gli era rimasto più nulla con cui infondere loro la vita.
Con determinazione, le sparse comunque nel mezzo dell’infinita distesa del mare. Il suo mondo, dopotutto, era diventato così grande e bello che nessuno sarebbe mai giunto su quelle isole sperdute. Poi, finalmente, si riposò. Fu così che nacquero le Isole di Capo Verde – almeno così si racconta oggi da quelle parti.
Durante l’avvicinamento con l’aereo di linea proveniente da Lisbona, sembra che il Creatore abbia avuto ragione: dopo ore di volo sull’Atlantico, nel suo blu intenso si intravedono poco a poco delle macchie chiare, un arcipelago. Coste scoscese, pendii brulli, pianure aride. Ma nulla che si muova.
Ma l’immagine cambia man mano che ci si avvicina. Prende vita, perché Capo Verde, come si chiama questa piccola comunità indipendente in mezzo all’oceano, non è deserta. Certo, la vita non è facile nemmeno oggi, e anche questo lo si capisce subito. Il dolore fa parte della cultura. Ma ora si vedono le persone che vivono qui la loro vita, proprio come in qualsiasi altra parte del mondo. E le si sente. Soprattutto quando fanno qualcosa che ha sempre un valore particolarmente alto quando non si possiede molto altro: la musica.
In primo luogo c’è Cesária Évora. Al porto di Mindelo è impossibile non notare l’immagine della cantante, più grande del naturale sulla facciata di un magazzino, radiosa come ai tempi d’oro sui palcoscenici internazionali. La «Regina della Morna», i cui suoni solenni e malinconici esprimono in modo così appropriato il fatidico mal di vivere dei capoverdiani, sia in patria che nella lontana diaspora. Con la sua musica ha reso famoso l’arcipelago anche al di fuori di Capo Verde.
Oggi, con i suoi colori allegri, domina la sua città natale e la baia antistante, con le sue barche da pesca colorate e i pescherecci arrugginiti, gli yacht nel porto turistico – l’unico dell’intero arcipelago – e le grandi navi da carico. Mindelo, però, non è solo il principale porto commerciale dello Stato insulare, ma anche il punto di partenza del viaggio che ora ci attende.
Nei prossimi dieci giorni vogliamo scoprire il piccolo mondo di Capo Verde, visitando isole che, a quanto pare, sono completamente diverse tra loro. L’unico modo per farlo è quello che si usa da secoli: via mare.
Lungo il breve tragitto dall’aeroporto alla città, sulla sinistra si apre l’ampia baia di Mindelo, blu e piena di navi, alcune in vari stadi di degrado. Davanti alla riva giace incagliato un grande rimorchiatore. Le strade sembrano appena spazzate, ripulite dal vento. Tanti toni di grigio e beige, ma anche tocchi di colore. Auto lucide come specchi brillano a più non posso. Qui non sembra affatto di essere in Africa, di cui fa parte lo Stato insulare di Capo Verde. Molte cose ricordano il Portogallo.
La piccola spiaggia: non molto invitante. Resti di pesce e bottiglie di plastica. Barche da pesca dai colori vivaci sono ormeggiate vicino al mercato del pesce, un grande capannone che però è già chiuso. Nei numerosi caffè e bar regna ancora la calma. I turisti si godono il sole, mentre i musicisti, all’ombra delle tende da sole, preparano i loro strumenti e le loro attrezzature per la serata. Si sente già qualche prova qua e là
Proseguiamo verso l’ex sede amministrativa dell’epoca portoghese, un tempo Palácio do Governo, oggi Palácio do Povo – Palazzo del Popolo. Costruito nel 1874, in stile coloniale bianco, con bouganville rosse davanti all’edificio. Anche la strada che vi conduce riflette la storia: si chiama Rua Libertadores d’África, Via dei Liberatori d’Africa. Prima dell’indipendenza del 1975, tutte le strade portavano letteralmente a Lisbona, compresa la Rua Lisboa.
Il supermercato, Fragata Central, è ben fornito. Strela è la marca di birra locale. Ce la concediamo al tramonto sul tetto del terminal crociere, una terrazza. Non è male come posto – non è male come inizio!
Al molo del terminal crociere ci aspetta “Chronos”. Questo ketch delle Bermuda, lungo 54 metri, fa parte del trio di yacht classici che la Flotta di Sailing Classics costituiscono. E nonostante l’elegante look vintage, si tratta di barche a vela moderne: la “Chronos” è stata varata nel 2013.
L’azienda è specializzata nel noleggio di cabine, un’opportunità per realizzare il sogno del mare aperto quando non si dispone dell’imbarcazione adatta o del tempo necessario per un viaggio in solitaria. Infatti, sebbene la “Chronos” disponga di spazio sufficiente sottocoperta per 13 cabine doppie, è allo stesso tempo abbastanza piccola da dare ancora la sensazione di trovarsi su uno yacht a vela. Ciò si confermerà nei prossimi giorni tra le lunghe onde dell’Atlantico, spinte dagli alisei di nord-est.
“Benvenuti a bordo!” recita la lavagna sopra il bancone sul retro della tuga. L’equipaggio si presenta: il capitano Felix e il primo ufficiale Jonas, entrambi tedeschi, il nostromo Darryn, il marinaio Ronan e il macchinista Mariusz. A loro si aggiunge il personale di servizio: oltre alla padrona di casa Selina, c’è la capo-hostess Rosy, italiana, con le sue due assistenti Alicia e Roya. La cucina è affidata a Joe. Undici persone, otto nazionalità. Più internazionale di così non si può. Si parla inglese e tedesco, a volte entrambe le lingue. Con noi c’è anche la «guida turistica» Rolf, tedesco residente in Portogallo e profondamente legato a questo piccolo Paese, di cui ora abbiamo tutti il privilegio di essere ospiti.

Editor Travel