«Corrente pericolosa! Mare molto agitato!», avverte la carta nautica in vista del Passage du Fromveur, quel famigerato stretto a sud-est dell’Île d’Ouessant. Provenendo da est, un lungo moto ondoso dell’Atlantico può regalare ai velisti una splendida navigazione in mare aperto. Nel Fromveur, però, il passaggio si restringe tra Ouessant a nord e le numerose isolette a sud.
E ciò che spunta così scosceso e alto dall’acqua è il prolungamento di ciò che si nasconde sott’acqua: innumerevoli scogli e secche, sulle quali scorrono notevoli masse d’acqua, due volte al giorno da est a ovest, da ovest a est. «Chi incontra il Fromveur, incontra la paura»: è questa la saggezza tramandata fino ad oggi non solo dai marinai bretoni.
Sono proprio descrizioni come queste, tra le altre cose, a plasmare ancora oggi la reputazione dell’Île d’Ouessant: inavvicinabile, selvaggia e pericolosa. Ma anche: avvolta nella leggenda, misteriosa. Si inserisce perfettamente nella schiera di luoghi, da secoli avvolti da innumerevoli miti, che lasciano i velisti in reverente silenzio: il temuto Capo Horn, il vorticoso Moskenstraumen al largo delle Lofoten, l’inaccessibile Isola di Pasqua o anche i passaggi a nord-est e a nord-ovest nelle latitudini artiche, che ancora oggi si riescono a superare solo in casi eccezionali.
Pochi velisti osano puntare a queste e altre destinazioni simili. Chi però accetta la sfida, viene spesso ricompensato con un’esperienza unica, che rimane impressa per tutta la vita. Tutti quei miti vaghi, all’improvviso, lasciano il posto a impressioni, esperienze e incontri reali. Fanno dimenticare le fatiche del viaggio.
Lo stesso vale per la Isola di Ouessant, un luogo dal fascino davvero speciale. È l’isola dei record velici, la Fari, delle donne. Questo piccolo isolotto dal fascino delicatamente aspro ai margini del Golfo di Biscaglia, con vista dalla veranda sull’Atlantico, va scoperto e conquistato con attenzione. «La particolarità insidiosa di questo stretto sta nel fatto che, oltre alla corrente di marea e al vento, entra in gioco anche il moto ondoso proveniente dall’Atlantico. Quando un’onda di fondo alta e persistente proveniente da nord-ovest si riversa nell’insenatura e la corrente di bassa marea, e magari anche il vento, si oppongono, la situazione può diventare davvero pericolosa», così Wilfried Krusekopf descrive il Fromveur.
Da decenni il tedesco vive e naviga in Bretagna; è autore di libri specialistici di nautica e guide alle zone di navigazione, nonché esperto riconosciuto di navigazione con le maree. «Ma chi proviene da est e vuole attraversare questo stretto ha bisogno della corrente di bassa marea», afferma. «Chi ha la corrente contro, invece, può anche essere superato da una boa – a patto che sia visibile. Infatti, capita abbastanza spesso che ci sia una fitta nebbia». Percorrere ben cinque miglia nautiche attraverso lo stretto può quindi trasformarsi in un’impresa lunga e scomoda.
Ma quando la marea e il tempo sono favorevoli e si apre una finestra per la traversata, quando la corrente e il vento soffiano nella stessa direzione e l’Atlantico non sta facendo riversare nello stretto gli strascichi dell’ultima tempesta, allora è davvero divertente. Allora la breve tappa si trasforma in un episodio vivace e al tempo stesso non pericoloso – come in una vivace vasca idromassaggio, in cui le rapide delle correnti di marea spingono l’imbarcazione a quote sorprendenti rispetto al fondale e enormi vortici fanno ruotare l’ago della bussola.
Poi la meta, l’Île d’Ouessant, viene raggiunta quasi troppo in fretta, e la barca entra nella Baie de Lampaul, la baia riparata a ovest. Al centro di essa si erge solitaria un’enorme roccia. Per ormeggiare sono disponibili delle boe di ormeggio; non c’è un porto turistico. I cormorani sorvegliano l’imboccatura. Di tanto in tanto persino i delfini si avventurano nella baia.
Lo stesso vale per il moto ondoso dell’Atlantico. Sebbene ben protetti dal vento, dal mare aperto arriva un moto ondoso costante. Gli alberi degli yacht danzano in una coreografia disomogenea. Alcuni velisti cercano qui solo riparo da una tempesta, altri una notte tranquilla dopo aver superato la traversata del Golfo di Biscaglia. Da alcuni si capisce chiaramente cosa si sono lasciati alle spalle quando, un po’ goffi e sfiniti, ormeggiano in fretta la loro imbarcazione al paranco per poi crollare esausti nella cuccetta.
Con il gommone, la riva dell’isola non è lontana: con l’alta marea basta attraversare, mentre con la bassa marea è meglio attenersi al canale segnalato dalle boe, se si vuole che il proprio gommone duri a lungo. Una scala, ormai rosicchiata dall’acqua di mare, presso il vecchio pontile funge sia da scaletta che da gancio di ormeggio.
Lì accanto, nel piccolo porto peschereccio, le barche giacciono a secco, ognuna legata alla scogliera a picco con una lunga cima. Con la bassa marea, scale arrugginite conducono giù fino in fondo. Le imbarcazioni legate con una cima sono l’alternativa locale ai porti più elaborati. Anche in un’estate piuttosto mite si può intuire quanto poco si debba essere sensibili all’altezza, al freddo, all’umidità e alle onde per raggiungere la propria barca giorno dopo giorno e prendere il largo.
A Lampaul, capoluogo dell’isola, le case sorgono fitte fitte sulle colline, lungo stradine strette. Sono costruite con lo stesso granito grigio su cui poggiano, incorniciate dai colori vivaci di ortensie e astri, iperico e gigli. I turisti si soffermano nei piccoli negozi e nei bistrot affacciati sulla vita di strada o sulla costa. Camerieri robusti e dal fascino nordico servono ostriche e cozze, birra, vino e formaggio. Su tutto veglia, quasi maestosamente, la chiesa del paese.
La scogliera è raggiungibile con pochi passi dal paese. Vista dal mare, appare piuttosto rocciosa e con una vegetazione rada. Le escursioni, invece, si snodano alternativamente su roccia carsica e morbido verde, costellate di erica in fiore, erba fitta ed erbe selvatiche di ogni tipo. La vegetazione si piega sotto la forza del vento; gli alberi crescono quasi esclusivamente nei giardini. Alcuni sentieri si snodano stretti lungo la roccia scoscesa, altri attraversano prati e interi campi ricoperti di felci.
Il tempo mutevole regala sempre nuovi panorami: attenuata dalla luce fioca, la baia risplende di tutti i colori non appena il sole fa capolino per un breve istante. L’acqua della baia assume allora una tonalità di verde intenso, mentre ai margini diventa azzurra e turchese. L’alta scogliera permette inoltre di sporgersi lo sguardo in lontananza: a nord verso l’orizzonte, a sud oltre lo stretto e le isolette antistanti fino alla terraferma.
È difficile immaginare che, fino agli anni Ottanta, il traffico marittimo tra l’Europa settentrionale e quella meridionale passasse proprio attraverso questo stretto. A determinare un cambiamento di rotta è stato, non da ultimo, il naufragio della petroliera «Amoco Cadiz», che a est di Ouessant si incagliò contro uno scoglio durante una tempesta, provocando una marea nera di proporzioni gigantesche. L’isola stessa e la zona marina circostante sono oggi una riserva della biosfera dell’UNESCO. Le zone di separazione del traffico e le rotte marittime si snodano a debita distanza dai grandi banchi di alghe e dagli habitat dei delfini e degli uccelli marini.
Piccoli insediamenti con fattorie altrettanto piccole caratterizzano l’interno dell’isola. Le rovine di antiche capanne in pietra testimoniano quanto fosse un tempo piena di privazioni la vita in questi luoghi, dove oggi i turisti vengono a riposarsi. Gli ex campi sono circondati da muri grezzi; probabilmente il vento non lasciava riposare i semi abbastanza a lungo da permettere loro di germogliare. Erano le donne di Ouessant a coltivare questi campi. I loro mariti spesso partivano per il mare per anni. Saranno state proprio loro a dipingere di un fresco colore blu le finestre e le porte delle case. Ovunque, sugli antichi edifici, questo colore risalta sulla roccia grigio-marrone: mare, cielo e roccia uniti nelle facciate.
Ma anche il messaggio: «Torna indietro!». Il blu, infatti, simboleggia Maria, la patrona dei marinai. Molti uomini, tuttavia, rimasero in mare. Al loro posto venivano sepolte piccole croci di cera. «Proella – di ritorno a terra» era il nome di questi simboli di lutto, che trovarono posto nel cimitero all’interno di un mausoleo, appena più alto delle croci che lo circondavano. Si dice che alcune risalgano addirittura al XIII secolo.
Dal mare, la costa nord-orientale è quella che colpisce di più. Si erge alta e scoscesa. In cima si trova il grazioso Phare du Stiff, il più antico faro di Ouessant. Sulle scogliere, una casa solitaria che sembra sul punto di precipitare nel vuoto. Sotto di essa, nella baia, si trovano le boe di ormeggio, proprio accanto al porto dei traghetti. Quest’ultimo fa di tutto per nascondere il fascino dell’isola. Un terminal in cemento, alcune case sparse e ampi spazi di stoccaggio trasmettono pura funzionalità. Le navi scaricano gruppi di turisti giornalieri, che si disperdono rapidamente per l’isola a piedi o in bicicletta e la sera tornano sulla terraferma proprio da qui.
Ma subito dopo il prossimo promontorio, a solo una boa cardinale di distanza e poco dopo aver svoltato da Fromveur, Port d’Arlan risplende già di tutti i colori vivaci che una perfetta giornata di vacanza richiede. Una spiaggia ampia, davanti alla quale si trova un’unica boa di ormeggio. Chi arriva per tempo trova un posto estremamente riservato dove passare la notte; non ci sono vicini, l’ancoraggio è vietato. Con la bassa marea, rocce e alghe vengono alla luce, aprendo la strada verso un’altra spiaggia. Chi si addormenta qui deve aspettare la prossima bassa marea. Il silenzio è assoluto.
L’estremità occidentale dell’isola, invece, offre uno spettacolo paesaggistico nella sua forma più pura. Lì, alte e appuntite formazioni rocciose si ergono verso il mare con un’asprezza peculiare. Molto deve essersi deformato, milioni di anni fa, quando gli strati rocciosi si sono piegati in diagonale verso il cielo. Da qui, la distanza per Terranova è di ben 2000 miglia. Il mare può raccogliersi, innalzarsi e gonfiarsi, per poi abbattersi con tutta la sua forza. Il mare e l’isola si contendono il primato della bellezza più austera del Finistère, la fine del mondo, come la chiamavano coloro che non potevano ancora saperne di più.
Le vele che scorrono in lontananza sembrano minuscole; gli skipper mantengono rispettosamente le distanze. Molte navi e i loro equipaggi hanno già trovato qui una fine tragica, all’estremità occidentale della Francia, all’imbocco del Canale della Manica. Per evitare che ciò accada, in alto sopra lo spettacolo impetuoso si erge il Phare du Créac’h, dritto come un fuso e a righe come una camicia bretone.
Essendo uno dei luoghi più amati per le foto di famiglia, viene anche chiamato la “Torre Eiffel dell’Île d’Ouessant”. La sua luce si proietta per 32 miglia sul mare, più lontano di qualsiasi altro faro in Europa. Accanto ad esso si trovano altri quattro fari che guidano i naviganti attorno all’isola e alle sue insidiose secche: una straordinaria densità di luci, persino per la Bretagna. Dove, se non qui, vale la pena dare uno sguardo più attento alla storia della navigazione guidata di notte?
Il Phare du Créac’h ospita al suo interno un museo affascinante. Attraverso braciere, lampade a olio e lenti di Fresnel alte quanto una persona e accuratamente levigate, illustra in modo sintetico l’evoluzione della portata della luce nel corso dei secoli. Inizialmente la luce proveniva dalle torri delle abbazie e delle chiese, in seguito dalle torri sulla terraferma e infine dal mare.
Le torri delle chiese, nelle quali i monaci accendevano fuochi per indicare la rotta ai marinai, volevano essere vicine al cielo. Meno agevole era invece il servizio nelle torri costruite su scogli in mare aperto, ben al largo della costa, e raggiungibili solo via mare. Il pericoloso tragitto per recarsi al lavoro impediva di per sé frequenti cambi di turno. Così i guardiani rimanevano per settimane da soli con le loro lenti e i loro fari, tra letti a nicchia e armadi, incastonati angolarmente nella struttura circolare, un tavolo, una sedia. Stavano di guardia, effettuavano riparazioni e comunicavano via radio con il mondo esterno, mentre la risacca erodeva i piedi della torre e le raffiche di vento fischiavano tra le mura. Non sorprende che queste torri in mare fossero chiamate «Inferno» dai loro abitanti, quelle sulle isole disabitate «Purgatorio» e quelle sulla terraferma «Paradiso». La scala gerarchica portava dalla prima all’ultima.
Anche il faro di La Jument, situato a poco meno di un miglio dalla costa, è uno di questi «infernali» luoghi. Per il suo guardiano, Théodore Malgorn, è stato per un soffio la causa della sua rovina. Quando, nel dicembre 1989, udì il rombo di un elicottero, uscì dalla porta del faro. Dietro di lui si infrangeva un’onda gigantesca che, bianca e schiumosa come ali d’angelo, si frangeva contro la parte posteriore del faro. Il fotografo a bordo dell’elicottero, Jean Guichard, premette il pulsante di scatto proprio in quel preciso istante, scattando la foto della sua vita, mentre sotto il guardiano del faro, inconsapevolmente, rischiava la propria.
Una linea immaginaria collega il Phare du Créac’h al faro di Lizard Point, nel sud dell’Inghilterra: a est la Manica, a ovest il mare aperto; un confine storico. Le regate transatlantiche e quelle intorno al mondo partono e arrivano qui, così come i tentativi di record di singoli velisti o equipaggi. Non c’è quasi nessuna notizia sui nuovi record in cui non compaia il nome Ouessant o Ushant, l’equivalente inglese. Il World Sailing Speed Record Council (WSSRC) funge da custode del tempo.
Chi vuole battere un record certificato deve registrarsi presso il Council. Quest’ultimo rileva, ai piedi del faro, all’interno di un semaforo in disuso, i tempi di partenza e di arrivo dei velisti che tentano il record. Per molto tempo ciò è avvenuto con precisione e di persona. Nientemeno che il presidente Claude Breton partiva allora da Brest alla volta dell’isola. Doveva essere puntuale, ma i detentori del record non gli rendevano sempre facile il compito, dato che diventavano sempre più veloci. Così, a volte, doveva raggiungere l’Île d’Ouessant con una certa fretta, quando un altro aspirante detentore del record si avvicinava a tutta velocità al traguardo. Non importava se ci fosse un aereo disponibile o se dovesse prendere il traghetto in mezzo alla tempesta: il tempo veniva cronometrato.
Oggi non è più così. «Gli yacht in gara sono diventati più grandi e molto più veloci, e avvicinarsi troppo all’isola è diventato pericoloso per le imbarcazioni e i loro equipaggi – soprattutto nelle condizioni meteorologiche avverse necessarie per una partenza veloce», riferisce John Reed del WSSRC. Con l’introduzione di localizzatori più avanzati, si è quindi deciso che gli yacht possano partire più al largo, in acque più sicure, e che il tempo venga calcolato sulla base dei dati raccolti dal localizzatore dello yacht e dalla scatola nera del WSSRC.
Ciò non intacca l’importanza dell’isola. Ellen MacArthur Dopo il suo estenuante record di circumnavigazione del mondo in solitaria del 2005, ha descritto così la sua esperienza: «Ci sono due cose che ricordo in modo particolare. Innanzitutto, ho sentito per la prima volta l’odore della terraferma, cosa che dopo tanto tempo mi è sembrata strana. E in secondo luogo, ho visto la luce che si accendeva all’orizzonte, vicino a Ushant. Ho pensato: “Questo significa terraferma, questo significa Europa, questo significa casa”. È stata la prima volta che mi sono davvero rilassata.”
Una calma serena in mezzo a superlativi nautici. Non importa se dopo 40 o più giorni in mare, con il mondo sulla scia mentre si festeggia al traguardo, esausti dopo una traversata del Golfo di Biscaglia, alla ricerca di riparo dalla tempesta o semplicemente felici di navigare in vacanza: Ouessant accende le luci e vi dà il benvenuto con la naturalezza tipica della Bretagna. L’isola sa bene come può essere là fuori.
Un tempo i Celti e i Romani approdarono sulla costa di Ouessant. Oggi vi si recano i turisti e i velisti che intraprendono viaggi a lungo raggio.
L'isola di Ouessant (in bretone «Enez Eusa», in inglese «Ushant») appartiene alla Bretagna e si trova a circa dieci miglia nautiche al largo della costa, all'estremità settentrionale del Golfo di Biscaglia. L’insediamento più occidentale della Francia – se si escludono i dipartimenti d’oltremare – segna, come le Isole Scilly sul versante britannico opposto, l’imboccatura occidentale del Canale della Manica.
Celti, Romani e cristiani giunsero fin qui. Lasciarono tracce nella lingua e nella cultura, come in tutta la Bretagna (in bretone: Breizh): le croci cristiane adornano le chiese, mentre ovunque altrove si vedono i triskele. Queste croci a forma di vortice, a tre bracci, simboleggiano i tre elementi terra, fuoco e acqua: l’eredità celtica dei bretoni.
Se un tempo gli abitanti vivevano di pesca, navigazione, contrabbando e agricoltura, oggi sono soprattutto il turismo e i servizi a garantire loro un modesto sostentamento. La maggior parte dei turisti visita l’isola solo per un giorno; le strutture ricettive sono poche. Il numero degli abitanti è in costante calo; se nel 1968 erano ancora poco meno di 2000, oggi ne vivono qui circa 800 – in estate. Molti trascorrono l’inverno sulla terraferma.
I diportisti possono ormeggiare le loro imbarcazioni nella Baie de Lampaul e nella baia vicino al porto dei traghetti, utilizzando le boe di ormeggio. L’isola non dispone di un porto turistico. È possibile rifornirsi nei negozi di Lampaul, il capoluogo dell’isola, dove si trovano anche una serie di graziosi bistrot e ottimi ristoranti.
L’isola riveste un’importanza fondamentale per la navigazione: un tempo rappresentava un ostacolo spesso tragico, oggi funge da punto di riferimento sia di giorno che di notte. Alcuni gravi naufragi avvenuti nella pericolosa e trafficata zona marittima al largo di Ouessant hanno portato alla costruzione di diversi fari. Questi sono distribuiti tutt’intorno all’isola e svolgono ancora oggi la loro funzione.
Faro di Créac’h (Faro di Ushant), costruito nel 1863. Il faro con la portata più ampia d’Europa. Il primo segnale luminoso visibile dal Golfo di Biscaglia e il punto di riferimento più importante per l’ingresso nel Canale della Manica. Altezza del fascio luminoso: 70 m, portata: 32 sm
Faro della Jument, costruito su uno scoglio al largo della costa a partire dal 1904, in funzione dal 1911. La costruzione fu motivata da un naufragio avvenuto sulle scogliere al largo di Ouessant nel 1896, che causò 243 vittime e lasciò solo tre sopravvissuti. È qui che è stata scattata anche la famosa fotografia del guardiano del faro, alle cui spalle le onde si infrangono con violenza. Altezza del fuoco: 36 m, portata del fascio luminoso: 10 miglia nautiche
Faro di Stiff, costruito tra il 1695 e il 1700. Il faro più antico sul versante francese della Manica. Accanto ad esso, tramite un’antenna di trasmissione, viene monitorato l’intero traffico marittimo della regione. Altezza del fascio luminoso: 85 m, portata: 24 sm Il Phare de Kéréon, il faro rimasto in servizio più a lungo, costruito su uno scoglio nel Passage du Fromveur a partire dal 1907, in funzione dal 1916. «Torre infernale» abitata da un guardiano fino al 2004. Altezza del fuoco: 38 m, portata del fascio luminoso: 17 sm
Faro di Nividic, costruito in mare aperto tra il 1912 e il 1936. Smesso di funzionare dopo soli quattro anni e rimesso in servizio solo a partire dagli anni Cinquanta. Inizialmente il guardiano del faro raggiungeva la torre tramite una funivia, mentre in seguito utilizzava un elicottero. Altezza del fuoco: 28 m, portata del fascio luminoso: 10 miglia nautiche

Redakteurin Panorama und Reise