Oggi Internet è uno dei principali spazi di comunicazione. È qui che si svolgono i nostri grandi dibattiti sociali e ci informiamo su temi rilevanti. In questo spazio, tutti dovrebbero avere il coraggio di esprimere liberamente la propria opinione. È quindi ancora più allarmante che per molti ciò non sia più possibile.
Uno studio rappresentativo dimostra che oltre la metà degli utenti di Internet si allontana dal dibattito pubblico democratico in rete per paura della violenza digitale. La maggioranza esprime meno spesso le proprie opinioni politiche online e partecipa meno alle discussioni, per paura di essere insultata o minacciata.
Questo non rappresenta solo un pericolo per la libertà di espressione, ma anche, in generale, per la nostra democrazia. Dobbiamo garantire che la censura non provenga dallo Stato e che le persone non siano indotte, tramite intimidazioni, a smettere di esprimere la propria opinione.
Sì, il pericolo è proprio questo. Se sempre più persone dicono: «Non lo faccio più, non mi esprimo più online», allora queste voci e queste opinioni vengono a mancare nel dibattito pubblico. A rimanere visibili sono soprattutto i più chiassosi, gli aggressivi e i radicali, insieme ai loro messaggi.
Ciò può dare un'impressione distorta di ciò che è effettivamente in grado di ottenere il consenso della maggioranza o socialmente accettato. Negli ultimi anni abbiamo visto come, di conseguenza, il linguaggio e le posizioni radicali si siano sempre più normalizzati e siano diventati letteralmente “ammissibili”. L’autocensura non riguarda quindi solo il singolo individuo, ma tutti noi: essa modifica il discorso pubblico nel suo complesso.
Abbiamo bisogno di uno spazio digitale in cui siano possibili dibattiti controversi, senza che le persone vengano messe a tacere da odio, minacce o diffamazioni. I contenuti illegali devono essere rimossi in modo rapido e sistematico, i responsabili devono essere chiamati a rispondere delle proprie azioni e le persone coinvolte devono poter accedere facilmente alla giustizia.
Ma la responsabilità ricade soprattutto sulle piattaforme. I contenuti violenti e la disinformazione non devono diffondersi più rapidamente delle discussioni oggettive solo perché attirano maggiore attenzione. Finché le piattaforme continueranno a trarre profitto dalla violenza digitale e dalla disinformazione, gli incentivi non cambieranno di molto.
Abbiamo già una legge importante che obbliga le piattaforme a far rispettare i nostri valori democratici: il Digital Services Act. Tuttavia, il governo degli Stati Uniti si è alleato con i magnati della tecnologia e sta impedendo l’applicazione di questa legge. Non possiamo permetterlo: i miliardari del settore tecnologico statunitense come Musk o Zuckerberg non devono essere al di sopra della legge, a scapito della tutela dei minori e dei giovani, della libertà di espressione e della democrazia.
Anna-Lena von Hodenberg È giornalista, cofondatrice e amministratrice delegata dell’organizzazione senza scopo di lucro HateAid, che si batte contro la violenza digitale e a favore dei diritti umani in rete. Nel 2025 è stata insignita della Croce al Merito Federale per il suo impegno.