Dopo quattro giorni abbiamo lasciato il porto di Saint Helier. Sark si intravede già all’orizzonte, a circa quattordici miglia nautiche di distanza, quando incontriamo nuovamente il moto ondoso proveniente da ovest. Alle sette e mezza di sera ci troviamo sotto un cielo grigio a sud della boa est “Blanchard”. La costa scoscesa di Sark si profila davanti a noi, il mare è agitato, a tratti ingannevolmente liscio, a tratti in subbuglio. La corrente deve qui aggirare l’isola e genera correnti di marea e aggressioni, misteriose linee ondulate sulla carta nautica che ci trascinano ora in una direzione, ora nell’altra. Infine, davanti a noi si apre La Grève de la Ville, la nostra meta per questa notte.
Una baia non potrebbe essere più inospitale di così: scogliere a picco, che sembrano raggiungere il cielo, nessuna possibilità di approdare se non tramite un sentiero scavato nella roccia che sale a zig-zag, riconoscibile dai gommoni appoggiati alla parete ben al di sopra del livello di alta marea. Qui ci sono barche e boe. Cinque o sei yacht a vela, ma solo tre con l’equipaggio a bordo, oltre ad alcune piccole imbarcazioni da pesca. A queste si aggiunge un peschereccio da traino trasformato in nave da spedizione, ormeggiato all’ancora. Come un nido di rondine bianco, il faro di Point Robert, con il suo muro di contenimento, si aggrappa al ripido pendio a sud.
I primi tre ormeggi verso cui ci dirigiamo recano la scritta «Keep off»; solo il quarto sembra destinato agli ospiti – oppure la scritta è semplicemente scomparsa. Ben presto la viscida cima di ormeggio a prua è occupata. Che scenario ci circonda, la fine del mondo! Come si concilia tutto questo con l’elegia entusiastica di Tom Cunliffe? Sark è sì uno stato feudale, ma comunque così elisiano «da poter stare seduti al sole a riflettere su cosa sia andato storto nel resto del mondo», scrive l’autore della nostra guida nautica.
Va bene, in queste circostanze l’isola non può davvero farci nulla. Quando fuori è buio pesto, le luci di ancoraggio degli yacht tracciano traiettorie vacillanti, mentre la notte ha inghiottito ogni forma. L’unico punto di riferimento in questo nulla selvaggio è il lampo del faro.
Che notte… Cosa scrive Cunliffe su La Grève de la Ville? «Non aspettatevi una quiete totale, perché in ogni caso vi ritroverete a oscillare un po’». Un po’. Più understatement britannico di così non si può proprio. La corrente e il moto ondoso – e forse anche il vento più al largo – fanno sì che ci muoviamo in tutte le direzioni, legati alla cima di ormeggio. Dormiamo, sì, ma solo per essere svegliati ripetutamente nel corso della notte da uno scossone improvviso o dall’impatto di un’onda.
Ci sentiamo quindi piuttosto provati quando il mattino si profila ancora una volta grigio e uggioso. Gli altri ospiti se ne sono andati da un pezzo e la scesa a terra che avevamo in programma, o meglio, che speravamo di fare, viene subito cancellata date le condizioni. Allora preferiamo trascorrere più tempo a Saint Peter Port, piuttosto che arrampicarci su quella parete a strapiombo solo per ritrovarci poi su un altopiano ventoso sotto un cielo basso. Avremo una seconda occasione per visitare Sark, domani mattina dall’altra parte dell’isola, prima di proseguire verso Alderney? Potrebbe darsi, anche se per oggi e domani è prevista pioggia abbondante. E l’esperienza non deve diventare poi così “tropicale”. Alle 8.25 ci stacchiamo dalla boa, la cima viscida scompare nelle profondità.
A nord si circonda l’isola, con il faro di Corbée du Nez a babordo, per poi attraversare in direzione ovest il Big Russell, lo stretto che separa Sark dalla sua vicina più piccola, Herm. La corrente, ormai poco prima dell’alta marea, è trascurabile; solo il vento da ovest ci ostacola. Tuttavia, grazie allo spazio marittimo ridotto tra le isole, pari a circa tre miglia nautiche, le onde rimangono contenute. Herm è sì più piccola di Sark, ma se si considerano l’altopiano circostante e tutte le isole e gli scogli, risulta più grande – almeno per quanto riguarda la superficie totale dell’arcipelago.
Con il faro cardinale nord “Fourquies” raggiungiamo l’imbocco del Passo della Percée, che a sud di Herm attraversa questa zona piatta e costellata di scogli. Tra poco il mare diventerà decisamente più calmo. A bordo sventola già la bandiera Q, che devono esporre tutti i veicoli che non hanno ancora effettuato le formalità doganali nel Baliato di Guernsey. La bandiera di Jersey ha lasciato il posto a quella di Guernsey.
Una buona mezz’ora dopo siamo arrivati: davanti a noi si stagliano i moli di Saint Peter Port con i loro fari lampeggianti, e l’imponente Castle Cornet alla loro sinistra. All’imbocco della Victoria Marina ci accoglie il segnale luminoso che ormai ci è familiare: verde, verde, bianco – ingresso consentito, ma attenzione: traffico in senso opposto! Anche qui una barca ci viene a prendere e ci assegna un posto subito a sinistra della soglia, ormeggiati lungo il pontile galleggiante.
Ci viene consegnato un sacchetto trasparente contenente un opuscolo sull’isola e il modulo doganale. Lo compiliamo e lo infiliamo in una delle cassette postali gialle della dogana lungo il bacino portuale. Il vantaggio è che, poiché anche Alderney fa parte del Baliato di Guernsey, non dovremo ripetere le formalità in quel luogo in un secondo momento.
Guernsey, finalmente. Anche se sotto la pioggia. A differenza di Saint Helier, Saint Peter Port ha una vera e propria lungomare con facciate antiche, oltre a una chiesa e alcune altre torri più discrete. Si intravedono già due pub: l’Albion House e lo Ship and Crown. Anche qui il porto è suddiviso, ma le singole zone non sono separate tra loro in modo così netto come a Saint Helier. Nel complesso, già a prima vista il luogo sembra più vivace e importante, anche se Guernsey è più piccola di Jersey.
Oggi non c’è più da sperare nel sole, l’unica domanda è: quanto pioverà? In questo caso, una visita a Castle Cornet è l’ideale, soprattutto perché a Saint Helier ho già rinunciato a visitare Elizabeth Castle. Un altro vantaggio: qui si rimane con i piedi asciutti, perché il breve percorso costeggia l’Esplanade e poi attraversa l’ampio Castle Pier fino all’ingresso principale della fortezza. All’interno delle spesse mura sono ospitati ben quattro musei, tutti a tema militare, dalla Guerra Civile inglese alla Guerra Fredda.
E qui capita proprio una cosa che non avevo affatto previsto: arrivo puntuale alla colpo di mezzogiorno, cioè per sparare il colpo di cannone di mezzogiorno, un tempo un importante segnale orario. La procedura: Un artigliere in giubba rossa entra in scena, da solo, ma con basette tanto più imponenti, prepara il pesante cannone da 36 libbre con l’innesco e la carica e guarda l’orologio da tasca aperto – finché, senza alcun preavviso, si sente un forte boato. Il fumo della polvere da sparo si dissipa, e con esso se ne va anche il soldato, solo per tornare poco dopo – per le foto.
Il centro storico di Saint Peter Port ha un aspetto più elegante rispetto a Saint Helier e, con le sue boutique e i suoi caffè lungo High Street, sembra fatto apposta per i passeggeri delle crociere. I vicoli si snodano tortuosi, salendo e scendendo. Compro un panino – pollo alla coronation – e voglio godermelo comodamente seduto su una panchina davanti alla North Esplanade. Ma i gabbiani sono evidentemente ancora più affamati di me e cercano di rubarmi il panino. Non mi resta che una cosa da fare: scappare.
A bordo si pianifica la giornata successiva. Non ci sarà un’altra visita a Sark: con questo tempo non ne vale la pena. Peccato, quindi l’isola, che a quanto pare dovrebbe essere la più bella della zona, è fuori discussione. Rimarremo invece una seconda notte, come previsto inizialmente. Tempo libero a disposizione, che intendo invece sfruttare per una gita a Herm, l’isola vicina, ancora più piccola ma più vicina.
Però con il traghetto, non con la propria barca. Si potrebbe anche gettare l’ancora lì, ma solo durante l’alta marea. Non ci sono ormeggi. La sera, il nostro equipaggio di tre persone si dirige allo Ship & Crown, dove, al primo piano proprio vicino alla finestra, abbiamo almeno una vista teorica sul porto, mentre la pioggia, al calar del crepuscolo, batte contro i vetri in fitte cortine.
Dopo una lunga mattinata, mi metto in cammino verso il molo dei traghetti, dove salpa l’“Herm Trident”. La traversata verso Herm dovrebbe durare venti minuti; il tempo è più o meno quello, finché non approdiamo ai Rosaire Steps. Salgo la scalinata di pietra, percorro sentieri di campagna, mi viene incontro un quad, poi un altro ancora. C’è davvero molto traffico per un’isola senza auto. La vegetazione rigogliosa lascia intuire un’atmosfera subtropicale – che si percepisce appieno con il vero clima estivo.
Anche il White House Hotel presenta molti elementi in stile coloniale ed è fiancheggiato da palme. Lo Ship Inn, invece, è dipinto di blu, così come il cartello davanti ad esso che indica tutte le direzioni dell’isolotto, lungo appena due chilometri. Qui si trova anche il porto vero e proprio, ora completamente asciutto, con una chiatta e alte mura, dietro alle quali si estende la spiaggia. Comincia a cadere una pioggia sottile, che ben si intona al verde rigoglioso che sovrasta il ripido sentiero che sale verso Manor Village.
Ma prima, una freccia indica a destra, dove uno stretto sentiero conduce nella foresta vergine: Zen Garden. Non esito a lungo e arrivo così a una piccola radura in salita, lungo la quale scorre mormorando un ruscello. Fiori blu e bianchi su entrambi i lati, in mezzo felci lucide di umidità. E poi un torii, la porta di un santuario giapponese. Dietro di esso si apre un giardino roccioso con dei gigli. Ancora qualche gradino e arrivo a una panchina. Mi siedo, chiudo gli occhi per un attimo e sento le gocce sul viso.
Ritorno sul sentiero principale e salgo fino alla vecchia fattoria dell’amministratore dell’isola; una bella vetrata e ancora più silenzio nella cappella di St. Tugual, costruita qui mille anni fa. Ancora pioggerellina e un panorama monocromatico con Guernsey e Saint Peter Port sullo sfondo scuro. Sono contento di avere il mio poncho. Ma Herm è bella, molto bella, anche adesso. Un vero gioiellino. In qualche modo questo termine calza a pennello qui. Per Shell Beach e Alderney Point, però, non c’è più tempo: se perdo questo traghetto, dovrò restare sull’isola. Anche se, sarebbe davvero fantastico! Svolto a sinistra tra le dune vicino ai dolmen, per tornare al traghetto. Da qualche parte si apre uno squarcio tra le nuvole, che immerge Herm per pochi minuti in una luce calda e fa risplendere i colori. Me lo sono meritato in qualche modo?

Editor Travel