Pochi traversatori dell'Atlantico si preoccupano principalmente di arrivare ai Caraibi. Per la maggior parte, invece, l'obiettivo è il viaggio. In altre parole, i giorni al largo nell'infinita distesa del mare. Con gli elementi. Con la nave. Con gli altri marinai. E anche, o soprattutto, con se stessi.
Appena arrivati nei climi soleggiati, la maggior parte di loro salta subito sull'aereo successivo. Solo pochi fortunati non devono tornare subito a casa, al loro lavoro, al tran tran quotidiano. Alcuni proseguono il viaggio, qualche settimana nelle Antille, poi di nuovo attraverso l'Atlantico settentrionale verso l'Europa. O più a ovest, sulla rotta del giro del mondo a piedi nudi.
All'Atlantic Rally for Cruisers, che inizia ogni anno alla fine di novembre, si incontrano tutti: le coppie di skipper, gli equipaggi familiari, i noleggiatori di posti barca, i fanatici delle regate, i velisti di catamarani e monoscafi. È un gruppo variopinto, ma unito da un obiettivo comune: attraversare l'Atlantico a vela.
Alcuni lo hanno già fatto diverse volte. Per molti, invece, è la prima volta.
Le aspettative, le speranze e i sogni nel periodo che precede il viaggio sono di conseguenza diversi. E comunque ognuno vive il viaggio in modo diverso.
Abbiamo chiesto ai velisti, prima che salpassero, cosa si aspettavano esattamente, cosa speravano di trovare in mare e perché si sottoponevano ai rigori di un viaggio di 2.700 miglia nautiche. Con il rischio di essere esposti a bonacce o tempeste, di fare estenuanti veglie notturne e di doversi confrontare con altre persone in uno spazio ristretto. E anche di dover sopportare se stessi.
Quando siamo arrivati ai Caraibi, abbiamo chiesto di nuovo informazioni su come è andata, su cosa si è rivelato diverso da quello che avevamo sperato, su cosa è andato bene e su cosa è andato male.Il confronto, a volte sorprendente ma sempre rivelatore, delle risposte prima e dopo il viaggio si può leggere nel nuovo numero di YACHT (numero 4/2012, disponibile nei negozi di riviste).

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